Gen28

Questo rarissimo scritto di Luigi Parpagliolo – ritrovato da Francesco Lovecchio – fu pubblicato in soli 25 esemplari in occasione delle nozze tra Maria Aiossa Natoli e Luigi Pignatelli di Monteroduni, avvenute a Ganzirri (ME) nell’ottobre 1908

Era Donna Cànfora gentildonna ricchissima, adorna delle più gentili virtù e di suprema bellezza. Amica fortuna l’aveva colma di beni: le sue vigne versavano ogni anno vino a flutti nelle ampie bigonce; su’ suoi campi sterminati biondeggiava sempre abbondante la messe; e lana e latte e burro le mandavano i prati della montagna, che nutriva per lei numerose mandrie di buoi e di capre.

Di tanta ricchezza Donna Cànfora, tra le cui virtù fioriva grande la carità, teneva per sé il necessario e dispensava ai poveri il superfluo. Sicché dalla sua casa, benedetta da Dio, salivano le benedizioni dei miseri sfamati, delle fanciulle povere strappate da lei al disonore, dagl’infermi, ai quali mandava il vino più generoso delle sue cantine e la tela più fine delle sue casse. La fama di tanta carità volò per quella contrada e per altre ancora, e con essa la fama delle bellezza di Donna Cànfora. Giacché, alta, dal profilo purissimo, dalle forme flessuose, circonfusa da un’intensa vita spirituale, piena di grazia e dignità, pareva ella uscita dallo scalpello di Prassitele.

Si estese, dunque, così la fama, che schiere di poveri pellegrini picchiavano alla sua porta, mentre invano lanciavano su di lei frecce di amore legioni di cavalieri da lontani paesi a bella posta venuti. Non già che Donna Cànfora avesse cuore deserto di affetti, ché anzi era stata moglie amorosa, e la vita del marito aveva resa felice e con le grazie del copro e più con la soavità dell’anima. Rimasta vedova, ella, giovanissima ancora, consacrò la fiorente bellezza alla memoria dell’infelice consorte. E a’ molti, i quali invaghiti di lei o delle sue ricchezze, la chiedevano in isposa, ella rispondeva, ragionando essere uno il marito dato alla donna da Dio, e a quell’uomo doversi ogni donna mantenere unita in ispirito; giacché, se i corpi muoiono e si disuniscono, non così gli spiriti, che sono immortali, e l’uno quindi non si distacca mai dall’altro.

Sparsasi dovunque la nuova di così bella fedeltà, crebbe in tutti gli animi l’ammirazione già grande per donna tanto virtuosa; e dalle madri Donna Cànfora era additata per esempio alle figliuole e dai mariti alle mogli. Un giorno la cameriera di Donna Cànfora rincasò con una bella notizia. Era giunta dall’oriente una nave carica di seriche stoffe, di grosse gemme, di piume candide come la spuma del mare, di pelli, di tappeti rarissimi, di maioliche stupendamente dipinte. Tutti, patrizi e plebei correvan giù alla marina, per ammirare tanta dovizia di cose belle, esposte sulla corsìa della nave, alle murate, agli alberi, a prora, a poppa, dovunque, fra mille vivi colori. «Son meraviglie, – diceva la cameriera a Donna Cànfora, la quale aveva abbandonato l’arcolaio per ascoltarla, – meraviglie che si vedono una volta sola nella vita. Andiamo, signora; troverete laggiù le vostre amiche, ché tutte sono accorse. Su, voglio vestirvi subito subito, venite…».

Ma Donna Cànfora era assai triste quel giorno; aveva brutti presentimenti. «Stamane, – disse – l’arcolaio cigolava troppo. Che ne dici? Non è un avviso del Signore?» «Ma che dite?? L’arcolaio è unto da pochi giorni. È mai possibile che cigoli? E poi che avviso! Di che?».

«Non so, – riprese a dire Donna Cànfora – mi batte il cuore; e più volte mi è parso di vedere qui, dinanzi a me, lui, il povero mio marito. Che sarà mai? Certo non bene…Io sento…come se dovessi morire». Prima di uscire Donna Cànfora volle visitare tutta la casa; poi pregò inginocchiata la Madonna; sull’uscio si rivolse per dare alla pace, che abbandonava, un ultimo sguardo – e finalmente si avviò sospirando. Sulla riva del mare, infatti, gran folla. La quale, appena Donna Cànfora comparve, si divise in due ali, per farvela passare in mezzo come un’amata regina. Il capitano della nave le andò incontro con viso sorridente, e le disse: «La fama della vostra virtù, o madonna, giunse fino ai lidi più lontani dell’Arabia e della Persia, e la vostra visita, da noi aspettata, c’è premio, del quale non sappiamo come ringraziarvi ». Donna Cànfora, cui il cuore palpitava sempre più forte, ringraziò e si lasciò guidare fin sulla tolda. Le magnificenze narrate dalla cameriera, rimasta sulla riva tra la folla, eran vere; ed ella andava ammirandole ad una ad una, accompagnata dal gentile capitano.

A un tratto i sostegni si rompono, e la nave scivola sul mare: i remi son pronti, i rematori al loro posto, e la nave fila diritta come una freccia. Dalla riva s’alzano grida furibonde, imprecazioni disperate, e cento cento giovani gagliardi si slanciano nelle onde, per raggiungere a nuoto i finti mercanti, gli esecrati corsari… La patria si allontanava, circonfusa in un pulviscolo dorato, e il tumulto della spiaggia più non si udiva. Donna Cànfora pareva serena: un’aria di dignitosa rassegnazione era sparsa sul suo viso pallido. Chiese in grazia di esser lasciata libera un istante, per dare l’ultimo saluto alla terra natale; e diritta sulla poppa, gli occhi profondi e lucenti, guardava le curve delle montagne baciate dagli ultimi raggi del sole presso al tramonto.La brezza vespertina folleggiava con la candida veste, coi riccioli neri cadenti sulla fronte severa… Donna Cànfora guardò, guardò a lungo.Poi, sollevati gli occhi al cielo, come per chiedere perdono al Signore, si lanciò fra le onde.

Il capitano della nave non ebbe il tempo di gridare e di accorrere, che già ella, abbracciata dal nuovo sposo, il mare, scomparve senza un lamento, senza un singulto.

* da Ricordi e leggende

Fonte: http://www.itacatabloid.it/

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Gen28

Torre Saracena (Palmi)

La Torre saracena di Palmi è una delle antiche torri d’avvistamento cinquecentesche che sorgono sul litorale della Costa Viola. La struttura si erge sulla sommità del pianoro di Taureana, a ridosso di una falesia che sovrasta la spiaggia del Lido di Palmi. Costruita nel 1565, anticamente era denominata Torre di Pietrenere (o de “Le Pietre Negre”) per distinguerla dall’altra torre d’avvistamento di Palmi, chiamata Torre di San Francesco, attualmente scomparsa.La torre è tutelata tramite notifica del 16 agosto 1913 e, dall’11 settembre 2011, fa parte del complesso del Parco archeologico dei Tauriani “Antonio De Salvo”.

StoriaNel 1549, avvenne la distruzione di Palmi ad opera del corsaroturcoDragut Rais. A seguito di tale devastazione il duca di Seminara Carlo II Spinelli, che era divenuto feudatario della città nel 1555, decise di riedificare la «terra di Palma» e di fortificarla. Pertanto decise di costruire anche due torri di guardia costiera. Una fu chiamata di «San Francesco», ed era ubicata nella località ancora oggi denominata Torre, e l’altra, costruita presso la Chiesa di San Fantino, fu detta «di Pietrenere», dal nome della marina sottostante.

La costruzione della Torre di Pietrenere, come indica l’iscrizione riportata a tutt’oggi, risale al 1565. Da un atto del 1747 la torre risultava allora di proprietà di Bruno Ubaldo, quale «Capitano proprietario della Reggia Torre delle Pietre Negre in giurisdizione della Città di Seminara»

Il 16 agosto 1913 venne emesso un decreto di tutela della torre. Dall’11 settembre del 2011 la torre fa parte del Parco Archeologico dei Tauriani “Antonio De Salvo”, inaugurato a seguito degli scavi archeologici che avvengono dal 1995 nell’area vicina al manufatto e che hanno portato alla luce le rovine dell’antica Tauriana.

DescrizioneLa torre ha una circonferenza alla base di circa 22 metri, una larghezza di 8 metri, un’altezza di 15 metri e la porta d’entrata è collocata ad un’altezza di 7 metri dal suolo, e conduce ad una camera provvista di feritoie sui muri perimetrali. I materiali usati per realizzarla sono pietre naturali e mattoni.L’unica finestra della torre è collocata dalla parte che guarda verso l’interno, lasciando la parte rivolta verso il mare senza aperture, in modo che le navi nemiche non potessero avvistare l’eventuale luce del torriero.

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